Daniele, Ludovica, Francesco e Laura: fondare sul passato per progettare il futuro

Daniele, Ludovica, Francesco e Laura: fondare sul passato per progettare il futuro

Daniele guarda l’orizzonte del mare. Ha finito. Ha chiuso l’azienda. Fondata dal nonno, gestita dal padre e infine chiusa da lui. Cos’è rimasto? Un carico emotivo, un rapporto con il fratello logorato da anni di invidia, un rapporto con il padre fatto di rabbia e silenzi. Daniele ha compiuto 60 anni e ha deciso che per il resto della sua vita farà l’imprenditore. Farà una sua azienda. Dimostrerà a se stesso che vale. Daniele è uno startupper, ha il cuore pesante di una vita di azienda di famiglia. Lui che una famiglia non se l’è mai fatta. Lui che oggi ha deciso di lasciare un bagaglio così pesante e ricominciare da sé.

Ludovica la sua scelta l’aveva già fatta. Via dall’isola. Via dalla famiglia. Aveva scelto la libertà di essere la persona che voleva essere, a Milano, in una città lontana dal paese in cui era cresciuta, dalla famiglia e dalla società in cui tutti si conoscono e tutti si giudicano. Aveva scelto di non godere dei “vantaggi” di un lavoro nell’azienda di famiglia e di guadagnarsi la propria vita, il proprio stipendio, la propria sfida di arrivare a fine mese. Ma si è trovata un giorno su un aereo, per tornare in quell’isola, chiamata da incombenze familiari e legate all’azienda di famiglia. Un padre che è sempre stato un padre padrone, un fratello che ha provato a seguirne le orme senza averne il carisma. E lei, che voleva essere ovunque purché altrove, a rimettere insieme i pezzi, a occuparsi delle proprietà, della gestione e alla fine anche della famiglia. Non era la vita che voleva. Non era la vita che aveva scelto. Ma ad un certo punto quella famiglia da cui tanto ha provato ad allontanarsi, è tornata, nella forma delle sue radici e, del suo futuro.

Francesco e Laura sono fratelli, gestiscono l’azienda fondata dal padre. Laura è molto in gamba, sveglia, furba, brillante, ma Francesco è il primogenito ed è maschio, quindi è lui che occupa la poltrona di Amministratore Delegato. Sono poco più che ragazzi che giocano a fare gli adulti. Vanno abbastanza d’accordo, tanto per le decisioni c’è sempre papà. Fino a quando papà si ammala e il mercato va in crisi. Francesco e Laura si trovano da soli, di fronte a questa grande difficoltà, consapevoli in un istante di non essere all’altezza dei titoli altisonanti sui loro biglietti da visita.

Questi frammenti di storie si assomigliano anche nelle loro diversità e assomigliano anche alle storie di Alessia, Emiliano, Stefania, Marco, Dario, Laura. Parlano della grande sfida delle seconde (o terze) generazioni, cresciute all’ombra di figure forti e cresciute all’interno di un futuro già tracciato per loro. 

In queste realtà lo spazio di scelta è minimo. Perché scegliere di non lavorare nell’azienda di famiglia significa quasi sempre rompere con la famiglia, anziché semplicemente (come capita a molti giovani) scegliere che cosa si vuole fare da grandi. Dove la pressione delle aspettative genitoriali è elevata, ma sempre implicita. Dove sbagliare significa “fallire”, dove si rischia di far fallire l’azienda di famiglia e generare conseguenze importanti. Dove si rimane “figli” fino a 60 anni e non si riesce ad avere la misura del fatto che si sta crescendo, di età e di competenze.

Quando guardiamo alle aziende famigliari e ai cosiddetti passaggi generazionali, dobbiamo avere in mente queste storie, conoscere la storia delle persone della famiglia, una storia che non è fatta di tappe del curriculum, ma di aneddoti. È negli aneddoti che si cela la vera storia. Come consulenti, come coach, come esperti di family business, dobbiamo combinare le competenze per aiutare nelle decisioni relative all’azienda, con la capacità di stare in queste storie personali, spesso piene di pathos, sapendo che il pathos guiderà le scelte relative al futuro dell’azienda molto più dei numeri di fatturato o delle opportunità di mercato.

Se vogliamo realmente essere utili nelle aziende di famiglia, impariamo a lavorare con il pathos. Ad ascoltare. Ad accogliere. A non giudicare. A muovere le emozioni. Solo dopo, potremo occuparci delle performance aziendali.

Le aziende sono fatte di persone e le persone sono fatte di vissuti. E questo nelle aziende famigliari è ancor più amplificato. Cerchiamo le storie del passato per comprendere il presente e per fondare un futuro possibile.